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Provincia di Frosinone, Meno della metà dei comuni è dotato di un piano di protezione civile.

Molti comuni sprovvisti di piano di Protezione Civile per le emergenze, obbligatorio, altri attrezzati e preparati a metà. Il tutto in una provincia dove una vasta porzione di territorio, che comprende il sorano e la Val di Comino, ricade nella zona di rischio 1, ossia «la più pericolosa, dove possono verificarsi forti terremoti». E’ il quadro disegnato da Maurizio Pucci, direttore della protezione Civile del Lazio, il quale esorta tutte le amministrazioni ad adeguarsi, in nome della prevenzione. Pucci non ci gira affatto intorno ed evidenzia un forte ritardo:

«Meno della metà dei Comuni della Provincia di Frosinone ha un piano di Protezione Civile, la maggior parte non ne è dotata. Sono mesi che stiamo sollecitando i centri inadempienti e alcuni si stanno adoperando. L’auspicio è che tutti si adeguino in tempi brevi, al più presto». Già, perché in ballo c’è la sicurezza delle popolazioni. Parole, quelle di Pucci, che mettono in evidenza come nonostante i forti terremoti del passato, l’ultimo quello del 1984 (magnitudo 5.2) con epicentro a San Donato, vi sia ancora molto da fare. Ma cos’è un piano, a cosa serve questo strumento.

«È fondamentale in caso di terremoti, alluvioni o di altri eventi – spiega Ruggero Marazzi, responsabile della Protezione Civile di Frosinone -. Esso non è soltanto una disamina degli eventuali rischi o pericoli a cui è esposto un territorio per la sua morfologia o per determinate caratteristiche, ma è importante ai fini della prevenzione e soprattutto dell’operatività delle squadre di soccorso nel caso si dovesse rendere necessario il loro impiego per assistere gli abitanti. Il piano – sottolinea Marazzi – tra l’altro deve prevedere vie di fuga per eventuali evacuazioni, vie d’ingresso per l’arrivo dei soccorritori e aree attrezzate di ricovero per la popolazione sfollata, ossia dotate di impianti elettrici, fognature e di altri servizi di prima necessità. Insomma, dovrebbero essere già predisposte in maniera tale che siano perfettamente funzionanti all’occorrenza, senza essere sottoposte a ulteriori interventi. In più – conclude Marazzi, in primavera impegnato nell’aquilano insieme ad altri volontari – devono essere localizzate e stabilite le cosiddette ”aree di attesa”, che permettano ad esempio a chi vive nei centri storici di rifugiarsi in una zona sicura dopo la prima fuga, in attesa poi di ricevere indicazioni per una nuova sistemazione».

via Il Messaggero



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