Atinablog

Il blog del comune di Atina.

Picinisco, La Zarrelli chiude per due anni.

picinisco.jpgDal primo dicembre scorso l’industria chimica «Zarrelli» ha fermato le vasche di produzione della varechina e simili. La chiusura degli impianti dovrebbe durare due anni, il tempo di mettere a punto le misure di sicurezza così come imposto dalle norme europee. La scelta di mettersi in regola è dovuta anche a ragioni interne all’azienda in quanto il tempo per provvedere scadeva nel 2012. «Pare proprio che chiuda» ha detto il sindaco di Picinisco, Giancarlo Ferrera, il quale, però, ha prontamente aggiunto che nel giro di due anni riaprirà.

Nello stabilimento di Ponte Ascanio lavorano operai e maestranze per lo più originarie di Picinisco; quelli che soffriranno di più la chiusura saranno i cosiddetti turnisti, coloro che nelle ventiquattrore si alternano alle vasche di miscelazione e produzione delle sostanze chimiche.
Per intanto la produzione va avanti ancora per qualche tempo, ma solo per smaltire gli ordini e mettere in sicurezza i materiali altamente pericolosi. La storia della fabbrica chimica Zarrelli è lunga e inizia negli anni sessanta quando lungo le sponde del fiume Melfa, in territorio di Picinisco, si costruì l’impianto, per quei tempi all’avanguardia e rivolto al futuro. Ci furono alti e bassi sia nella produzione che nell’impiego della forza lavoro. C’è chi ancora ricorda quando al suono della sirena che annunciava la fine della giornata lavorativa dai cancelli della fabbrica scemavano decine di operai («All’epoca erano 170»). Oggi, come detto sono ridotti a qualche decina e coprono il fabbisogno di una produzione di nicchia, benché necessaria e utile. Nel passato per non alimentare dicerie nei suoi riguardi (si diceva che dalla fabbrica venivano sversati nel Melfa i rifiuti della lavorazione causando la morìa di trote, accuse, peraltro, mai provate) l’impianto si è adeguato dotandosi di moderni sistemi di depurazione. L’augurio della popolazione di Picinisco e dell’intero territorio della Valcomino, è quello che a breve – dopo i due anni di ristrutturazione – l’impianto possa riprendere la produzione con altrettanto vigore e capacità imprenditoriali come finora dimostrato.
Perché è questo, alla fine, la preoccupazione degli operai e del paese di Picinisco: avere la certezza che tra due anni, dopo la sistemazione e l’adeguamento dei sistemi di sicurezza, la fabbrica possa riprendere la produzione dei prodotti chimici così come avveniva ieri, magari con qualche posto di lavoro in più.

via Il Tempo



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1. eiopago - 8 dicembre 2008 - 12:32

E fu così che per salvare il fiume melfa e la nostra ridente e verde valle venne la solita piena di stupidi proclami in salsa povera di concreti e reali progetti, del resto non ci può sorprendere più di tanto visto che la maggior parte del popolo valligiano ha messo al governo dei nostri paesi persone che sono prive di ogni capacità richiesta dal ruolo a loro assegnato e come conseguenza, il continuo e veloce correre all’indietro con l’inevitabile rischio di andare a finire chissà dove! Siamo di certo, un popolo che ama le favole, ama la politica del nulla, ama essere di continuo derubato consapevolmente di ogni diritto spettante, a scapito dei soliti furbetti di quartiere. Cerchiamo di non essere ipocriti visto che la politica dissennata contro l’ambiente e la salute così come l’inquinamento del terreno agricolo è causato da tutti noi e nello specifico non so giudicare quanto l’azienda chimica di Picinisco possa aver contribuito in maniera determinante. Di certo i nostri agricoltori sono i primi responsabili dell’uso dissennato ed indiscriminato dei vari prodotti chimici che negli anni hanno usato nella più totale ignoranza e stupidità, nel solo interesse di fare soldi, avvelenando non solo il terreno(chissà per quanti anni ancora!) ma il ricavato che finiva sulle nostre tavole, e che noi oggi portiamo dentro i nostri corpi come una bomba ad orologeria pronta ad esplodere in qualsiasi momento sotto forma di chissà quale malattia. E che dire invece a proposito della politica dissennata sul territorio per quanto riguarda il comparto dell’edilizia che questo si in maniera indiscriminata e senza regole ha cambiato la faccia della nostra valle a discapito di tutti e sempre per gli interessi dei pochi. E che fine hanno fatto i tanti “millimetri” di pioggia di lire prima e di euro poi caduta sul nostro territorio per giuste ragioni e invece usati in minima parte per fare scempi mentre il resto finiti in c/c bancari o altro genere. Scusate, ma non possiamo fare la politica del volere l’auto ma non la fabbrica che le produce, il vestire e non la fabbrica che le produce, il bere l’acqua e non la fabbrica che produce la “ciavella” che è necessaria per renderla potabile, produrre immondizia e andarla a portare chissà dove! Il benessere di un paese è determinato dalla capacità produttiva o forse avete scoperto la formula magica per una nuova rivoluzione industriale? Mi sono sempre chiesto, che cosa sarebbe oggi la valle di comino senza la FIAT di piedimonte s.g, le varie cartiere di cassino, sora ed isola liri, senza la SKF di cassino ed altri siti industriali! La maggior parte di noi, forse, visto che non abbiamo gli atolli, avrebbe lavorato la terra, usato tonnellate di prodotti chimici, avvelenando tutto il territorio e tantissima gente forse, che oggi è ancora su questa terra, a causa nostra non ci sarebbe . Io una proposta ve la vorrei fare vista la vostra vocazione accorata all’ecologia, se avete un’auto, cominciate a fermarla e a pensare a come riciclarla senza danneggiare l’ambiente oppure fermatevi, non uscite più da casa, state seduti, fate un respiro ogni dieci minuti e monitorate con apposite centraline la quantità di CO2 da voi emessa e se superate il limite mettete due tipi di piante che catturano l’una di giorno l’anidride carbonica emettendo ossigeno e l’altra che fa di notte la stessa cosa facendo attenzione alle giuste proporzioni, altrimenti sia l’eccesso di anidride che di ossiggeno saranno letali.
eiopago

2. italo - 7 dicembre 2008 - 15:51

Scusate, non riesco a correggere gli errori di battuta.

3. italo - 7 dicembre 2008 - 15:42

Paolè, , sono passati un pò di anni da quelle lotte e penso che i protagonisti non frequentano il blog.

Mi ricordo che c’erano, oltre a Vacana, Varlese, Leo Farina, Silvio Antonellis.

Ho trovato nel mio archivio fotografico una foto che metto a disposizione della redazione.

Il problema della fabbrica coinvolge, oltre a Picinisco anche ai comuni più a valle: Atina, Gallinaro, Casalattico e Casalvieri.

Interessa inoltre, come detrattore del paesaggio, anche il Parco Nazionale d’Abruzzo, il cui confine passa,a due passi, presso la centrale di Castelloone.

4. FrancescoP - 7 dicembre 2008 - 15:17

Credo fossero venti dipendenti

5. pianosolo - 7 dicembre 2008 - 15:08

Per caso, sapete quanto personale lavorava alla Zarrelli? Dalle macchine che vedevo parcheggiate deduco che non era molto, o mi sbaglio?
Il gioco vale candela?
Penso che si potrebbe ricollocare tale personale, che lavorava in un’industria CHIMICA e sottolineo chimica, con tutto il danno che ha provocato al fiume Melfa e non solo, in un’attività più consona al territorio, che sorga sulle macerie della Zarrelli.

6. Paoletto Caira - 7 dicembre 2008 - 11:51

Sembra, Italo, che questa cosa interessi solo te e me. C’è gente di Picinisco che frequenta il blog?. La Zarrelli in ogni caso dovrebbe interessare l’intera valle. Non la vedo chiara la cosa. Come si può ipotizzare un rilancio produttivo di uno stabilimento di quel tipo? E’ una produzione che richiede un livello bassissimo di professionalità. Basta un impianto, un perito chimico e un pò di manovalanza. Se si considera che in paesi dove si produce senza scrupoli per l’ambiente e la salute della gente i costi di produzione sono un decimo di quelli sostenuti in Italia. Calcolando i costi di trasporto, l’acqua ciavella si compra dalla Cina o dall’India a prezzi supercompetitivi. Sarebbe il caso che i paesi occidentali invece di sfruttare la gente ed inquinare, imponessero degli standard produttivi prima di importare. Figurati se lo fanno.
Se le cose resteranno così, per una legge di mercato ovvia, queste produzioni saranno, anzi già lo sono, delocalizzate nei paesi paesi cosidetti emergenti.
Non si spiegherebbe altrimenti il numero di addetti alla Zarrelli, da 170 a una ventina. Mi chiedo allora, si vuole spremere il limone finchè si può? Per caso sono stati chiesti finanziamenti?
Molti imprenditori ci hanno abituato a situazioni strane nel sud Italia. Molti baracconi sono rimasti in piedi per anni con una produzione minima che non produceva alcun profitto, ma garantiva i finanziamenti periodici a fondo perduto, sotto il ricatto della chiusura e dei licenziamenti. I finanziamenti non venivano mai reinvestiti nel processo produttivo, vedi Cartiera di Atina.
Sarebbe spiacevole se al danno si aggiungesse anche la beffa. Quando parlavo di tutela del posto di lavoro, mi riferivo al fatto che una eventuale riconversione dello stabilimento, renderebbe molto più semplice e sicura una ricollocazione degli attuali occupati. In fondo sono una ventina.

7. italo - 6 dicembre 2008 - 16:19

È stata un’operazione da terzo mondo: una colonizzazione di rapina, una violenza inaudita nei confronti di un territorio incontaminato.
I posti di lavoro si devono creare nei settori per cui il territorio è vocato.
Parliamo sempre di turismo, ma non ci impegniamo mai per farlo decollare, come fanno in Romagna, in Umbria, in Toscana, in Trentino ecc.. Anzi, sembra, che ci sforziamo in tutti i modi per distruggere la materia prima del turismo: il paesaggio ed i valori culturali.
Molte volte, in passato, ma anche oggi si invoca la necessità del posto di lavoro per giustificare gli scempi al territorio e all’ambiente con gravi conseguenze per la salute dei cittadini.
Andate a vedere, per esempio, quello che sta succedendo al F. Sacco.
Che è più importante, il posto di lavoro o la salute?
Per quanto riguarda la “ciavella” o gli altri detersivi: ci dobbiamo avvelenare per sembrare più puliti? È meglio stare sporchi, come ci ha fatto la natura, che avvelenare tutti i giorni l’intero pianeta con tutte queste porcherie che ci propone il mercato.
Forse pochi lo ricorderanno, Il Fiume Melfa, per decenni è stato letteralmente “lavato” dagli scarichi di questa fabbrica, non c’era più un pesce, ma neanche il più minuscolo vermetto lungo il corso d’acqua. Le pietre erano bianchissime, senza una piccolissima alga. Non c’erano più nemmeno quei microorganismi deputati a depurare il corso d’acqua. Ci furono proteste e marce di cittadini, politici (tra cui Vacana, allora assessore provinciale all’agricoltura) pescatori e agricoltori.
Zarrelli fu condannato a mettere i depuratori.
Quando, spesso, questi non funzionavano oppure quando si lavavano le autobotti che trasportavano il prodotto si ricominciava daccapo e lungo il Melfa si vedevano galleggiare le trote uccise dai liquami.
Da tutto ciò emerge la necessità di riconvertire la fabbrica.
Dato che l’impatto visivo esiste, perché non ci facciamo un albergo?

8. Paoletto Caira - 6 dicembre 2008 - 14:17

Considerato che si ristruttura per competitività e contenimento dei costi anche a scapito dell’occupazione; preso atto del rapporto in questo caso, dei costi e benefici, credo che questo stabilimento sia diventato una palla al piede per il Comune di competenza. Picinisco, infatti, è, per la sua posizione, il comune più titolato della Valle a poter parlare di turismo, anche residenziale. Non quello mordi e fuggi delle sagre e delle notti più o meno bianche. Una fabbrica che tratta sostanze molto tossiche, in termini di rientro di immagine, fa pagare un prezzo alto. Anche lo stabilimento più avveniristico di candeggina, rimane pur sempre una fabbrica di acqu’ciavella, si dice ad Atina. (un francesismo da eau de Javel). Non sarebbe il caso che il Comune si auspicasse e si impegnasse in una riconversione del sito, come dice Italo, in un settore più consono alla vocazione del territorio, e in una ricollocazione dei lavoratori in maniera più stabile? Superfluo dire che prima di tutto c’è la difesa del posto di lavoro.

9. italo - 3 dicembre 2008 - 14:46

FU UN TRAGICO ERRORE FAR INSEDIARE UN’INDUSTRA CHIMICA ALTAMENTE INQUINANTE A CIRCA QUATTRO CHILOMETRI DALLA SORGENTE DEL MELFA.

Per oltre trenta anni questa fabbrica ha distrutto ogni forma vivente lungo il corso del fiume.

Per la salute del Melfa e dei valliggiani, speriamo che questo sito venga riconvertito in qualcosa di più utile e non inquinante.

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