Il pentito Giuliano: “Così i soldi sono arrivati a Cassino”.
“I rapporti commerciali tra Cassino e Napoli sono stati fatti sempre tramite la famiglia Giuliano, tramite mio cugino, che sta lì, e lui automaticamente tramite altre persone di sua fiducia ha provveduto ad investire dei capitali della mia famiglia”. Questa una piccola ma significativa parte di uno degli interrogatori a cui i magistrati hanno sottoposto Salvatore Giuliano, arrestato nel 2005 e diventato collaboratore di giustizia. Il boss di Forcella ha parlato e ricostruito gran parte dei movimenti del sodalizio criminale, che a Cassino aveva messo le radici già nell’87, quando venne acquistato, sempre tramite dei “prestanome”, oggi indagati, il bar di corso della Repubblica, le cui quote societarie sono state poste sotto sequestro preventivo. Ma gli acquisti dei Giuliano in città non si sono limitati solo a quell’esercizio. Il boss, sempre tramite il cugino che provvedeva a tutto, aveva versato denaro per comprare un ristorante, sempre a “conto terzi” e una villa, già confiscata e dove fu arrestato il fratello Carmine, a Sant’Elia. Poi le attenzioni del clan si sono spostate sui concessionari, due nel cassinate e uno a Bologna, intestati al cugino e ad una persona, sempre di Cassino, ma molto vicina alla famiglia, che risulta fra gli indagati. A questo punto iniziarono i rapporti con Terenzio padre. Il cugino cassinate già lavorava in una rivendita auto di un parente di Vincenzo Terenzio. «Mettiamoci in proprio, io porto i capitali, prendiamo un posto», disse Salvatore Giuliano al cugino. È a quel punto che con l’imprenditore cassinate iniziarono i rapporti di compra-vendita di auto che provenivano dalla Germania e che venivano riacquistate a prezzi bassissimi grazie alle “truffa dell’Iva”. Così, con molta probabilità, è nata a Terenzio l’idea di entrare nel giro della compra-vendita di abbigliamento e merce cinese contraffatta.
via Il Messaggero
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